FAME EMOTIVA E IMMAGINE CORPOREA

L’estate, per quanto amata e attesa dagli appassionati di vacanze e di mare, è una stagione molto temuta da chi invece vive il timore di dover esibire il corpo.

Il problema è particolarmente acuto per quelle persone che soffrono per avere un corpo molto diverso da come lo vorrebbero per dimensioni, forma e per presenza di inestetismi e grasso in eccesso.

A proposito di frustrazione

La frustrazione più grande è quella di coloro che, in seguito a vari propositi o tentativi di dieta fallimentari (almeno sul lungo periodo), si ritrovano a provare sia disgusto per il proprio corpo, sia un senso di fallimento per l’incapacità di raggiungere i propri obiettivi.

Tale senso di fallimento è spesso sia causa sia conseguenza dell’eccessivo introito calorico causato dalla perdita di controllo sul cibo. Vediamo meglio di che cosa si tratta.

Uno dei più diffusi “buoni propositi” che si formulano a inizio anno o in momenti che segnano una ripartenza è proprio quello di adottare uno stile di vita migliore – alimentandosi meglio e praticando attività fisica – per perdere di conseguenza qualche chilo.

La motivazione iniziale spinge il più delle volte a ottenere dei buoni risultati. Tuttavia, quando la essa non è sostenuta o subentrano nuove preoccupazioni accade che si torna a uno stile di vita più comodo dove lo sport smette di “rubare” tempo, il cibo torna ad essere un conforto e l’obiettivo iniziale torna ad essere un desiderio quasi irraggiungibile.

In questo contesto, non mi voglio soffermare né su come si crea un’abitudine, né su come nutrire una relazione sana con il cibo senza che questo divenga lo strumento con cui gestire le emozioni. Desidero invece soffermarmi su un secondo livello di pensieri, emozioni e comportamenti che si manifestano quando la fame emotiva, le abbuffate e il fallimento dei tentativi di dieta prendono il sopravvento.

Di fatto, le emozioni e i pensieri in gioco sono:

– Il disgusto verso se stessi per gli errori commessi e per avere “rovinato” il proprio corpo. Il dialogo interno da cui il disgusto prende origine è: “come ho fatto a ridurmi così di nuovo?” “Non posso sopportare di guardarmi allo specchio conciato/a così!”

– La vergogna, sia per gli errori commessi attraverso il proprio stile di vita giudicato privo di forza di volontà, sia all’idea di mostrarsi in pubblico, specialmente se si è aumentati di peso* o se ci si dovrà mettere in costume.

I pensieri che portano alla vergogna sono: “non vado bene così come sono, sono una persona sbagliata”; “non posso accettare il mio corpo in queste condizioni. Devo coprirmi per evitare lo sguardo (e il giudizio) altrui”.

– La tristezza, legata al senso di perdita della forma fisica, che simboleggia sia la bellezza estetica, fonte di accettazione e ammirazione altrui, sia il benessere interiore e la salute e agilità del corpo. Lo stato d’umore deflesso proviene da pensieri quali: “gli altri mi giudicheranno inadeguato/a”; “è terribile avere un corpo in queste condizioni!”

 

Veniamo ora al lato comportamentale: che cosa succede quando, dopo avere perso il controllo sul cibo e sul corpo, subentrano il disgusto, la vergogna e la tristezza?

 

Molto spesso, subentra la legge del “tutto o nulla” per cui, dopo avere perso il controllo, si pensa che ormai gli sforzi siano stati vanificati e che quindi, tanto vale mollare. Ne conseguono nuove perdite di controllo sul cibo, nuove scuse e giustificazioni per continuare ad andare “fuori pista”, peggiorando ulteriormente la propria valutazione di sé.

Si crea così un circolo vizioso per cui più si mangia, più si ingrassa, peggiore diventa l’immagine di sé e più si torna a mangiare per trovare consolazione rispetto a quanto occorso e per trovare un po’ di piacere, almeno nel cibo.

Dove si spezza il circolo vizioso?

Certamente potremmo mettere in gioco delle strategie utili a gestire le abbuffate e a smettere di ricercare il benessere mangiando. Oppure, come già ho fatto presente in un precedente articolo, si possono limitare i danni gestendo meglio la credenza “tutto o nulla”.

In questo contesto, tuttavia, voglio proporre un’altra via, che passa attraverso il miglioramento della propria autostima e immagine corporea, e cioè della percezione che abbiamo del nostro corpo.

Immagine corporea e autostima

L’immagine corporea è la percezione che abbiamo del nostro corpo e come pensiamo che gli altri lo vedano. Essa si sviluppa attraverso esperienze personali, influenze sociali e culturali. La differenza tra l’immagine di sé ideale e quella reale gioca un ruolo cruciale: l’immagine ideale rappresenta come desideriamo apparire, mentre quella reale riflette la nostra percezione effettiva. Maggiore è lo scarto tra queste due immagini, peggiore sarà l’immagine che abbiamo di noi stessi. Questo divario può causare insoddisfazione corporea, influenzando negativamente l’autostima e il benessere psicologico complessivo.

L’autostima è invece la valutazione complessiva che una persona ha di se stessa, che include il senso di valore personale e competenza. Essa è strettamente legata all’immagine corporea in quanto una percezione negativa del proprio corpo può minare la fiducia in se stessi. Migliorare la propria autostima è utile a sostenere il benessere emotivo in quanto essa può aiutare ad affrontare le proprie sfide con resilienza, a mantenere relazioni sane e a perseguire i propri obiettivi con determinazione. Essa contribuisce anche a una visione più equilibrata e realistica di sé, riducendo l’impatto dei giudizi esterni e delle pressioni sociali.

Ma allora come si migliora l’immagine corporea?

Per migliorare l’immagine corporea è essenziale lavorare sulla percezione di sé stessi. Un metodo efficace consiste nel focalizzarsi sui propri successi e punti di forza. Tenere un diario dei piccoli traguardi raggiunti può aiutare a costruire una visione più positiva di sè. Inoltre, è importante evitare paragoni continui con gli altri, specialmente con modelli irrealistici. Guardarsi con maggiore compassione e apprezzare i punti di forza del proprio corpo anziché focalizzarsi sui difetti percepiti richiede di adottare un punto di vista totalmente differente nel modo di giudicarsi, ma può rivelarsi un ottimo punto di partenza per migliorare l’autostima. Partecipare ad attività che valorizzano le proprie capacità e che offrono un senso di realizzazione personale rafforza ulteriormente un’immagine corporea positiva.

Un approccio alternativo per migliorare l’immagine corporea si basa sull’accettazione di sé: in questo caso, anziché cercare di focalizzarsi sugli aspetti positivi e potenzianti, si lavora sulla riduzione delle esigenze e delle aspettative che imponiamo su noi stessi. Invece di aspirare a essere “speciali”, possiamo riconoscere la nostra unicità e accettare di essere “normali”, umani e fallibili. Questo significa apprezzare il proprio corpo così com’è, riconoscendo che ogni corpo ha la sua bellezza e funzionalità, anche con le sue imperfezioni, riconoscendo che non dobbiamo obbligatoriamente calzare nella definizione di “bello/a”, o “in forma” per poter stare bene con noi stessi e sentirci persone di valore.

In pratica, questo approccio richiede di adottare una prospettiva compassionevole verso se stessi. Ciò implica trattarsi con la stessa gentilezza e comprensione che riserveremmo a un amico caro. Accettare i propri limiti e comprendere che non è necessario essere perfetti per essere degni di amore e rispetto. Si può iniziare con esercizi di mindfulness e pratiche di gratitudine focalizzate sul proprio corpo, ringraziandolo per ciò che fa ogni giorno, piuttosto che criticandolo per ciò che non è.

Per finire, invito a ricordare che evitare il confronto con gli altri è cruciale in questo percorso. Ogni persona ha un cammino unico e confrontarsi costantemente con modelli irraggiungibili o semplicemente diversi, può solo portare frustrazione e insoddisfazione. Invece, focalizzarsi sulle proprie esperienze, sensazioni e suoi progressi individuali può aiutare a sviluppare una visione più equilibrata e positiva di sé.

E come diceva Carl Rogers: “Il paradosso curioso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare.”

Autore

Dott.ssa Martina Amigoni
Psicologa